sezione centrale

"La Casa di Olgiate" di Eugenio Montale

In quel tempo era ancora vivo

il piccolo Tonino nella casa

alta sul cavalcavia.

Io la vedevo, la casa, dall'autostrada,

ignorando te e lui: non mi balzava

il cuore come adesso. L'ignoranza

mia occultava l'avvenire, il fil-

di-ferro del domani, là giunti, si troncava.

 

V'entrai molti anni dopo

(il bimbo era morto da tanto,

sussurrando "mi duole per te, mamma"),

conobbi l'orto, il giardiniere, il tuo

boudoir di diciottenne, disammobiliato,

l'impronta appena visibile di un cerchio sul muro - lo specchio -,

e non potevo parlare. Tra quelle stanze

una parte alitante di te mi bastava.

 

Il trillo del tuo cardellino più tardi si spense

all'ombra del giglio rosso da me lasciato.

Famelico delle tue tracce mi affaccio su rettangoli

di verze, su cespugli di dalie impolverate,

e il vecchio custode mi segue, più inebetito di me

nei corridoi, nel solaio mentre dal basso giunge

un crepitare isocrono di macchine,

ma non bava d'aria nell'afa.

 

Così i destini si annodano, mia tigre, e intanto tu

dietro le lenti affumicate spii

nugoli pigri e sull'Olona putrido

l'efflorescenza dei disinfettanti.

Si snodano i destini. Mai da me intraveduta,

la tua casa friulana ora s'allarga

nel desiderio, l'aia dove incontro al futuro

irruppe la tua infanzia, e già volava.